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La Campagna di Grecia (1940-41)
Argomento: Storia : Moderna Data: 2/12/2004
".....C'è qualcuno di voi camerati che ricorda il discorso di Eboli pronunciato nel luglio del 1935, prima della guerra Etiopica? Dissi che avremmo spezzato le reni al Negus. Ora con la stessa certezza assoluta, ripeto assoluta, vi dico che spezzeremo le reni alla Grecia, in due o dodici mesi non importa, la guerra è appena incominciata......"


Era il 18 Novembre 1940, ed un Benito Mussolini umiliato dal fallimento della "sua" guerra lampo, nella Sala Regia di Palazzo Venezia a Roma, teneva un discorso ai gerarchi provinciali del partito fascista, e tentava con gli slogan di nascondere l'imbarazzo per un Esercito Italiano in piena crisi, di fronte ad un avversario, la Grecia, di cui si sarebbe dovuto fare un sol boccone. Tentava di nascondere l'inettitudine e la faciloneria di chi aveva ideato e pianificato l'impresa, l'incapacità di chi la stava conducendo, l'ottusità strategica di un intero Stato Maggiore.

Serviva negli ultimi mesi del 1940 un avversario in Europa per dimostrare all'alleato tedesco, che l'Italia doveva essere considerata a tutti gli effetti come una potenza economica, politica e sopratutto militare, di pari peso all'interno dell'asse, e non solo come un alleato minore, inoltre ritengo che Mussolini temesse che l’Italia, alla fine di una guerra che tutto lasciava supporre vittoriosa per i tedeschi, diventasse una specie di colonia tedesca nel Mediterraneo, costretta a subire le direttive del potente alleato, insomma dimostrare che anche l'Italia era e in grado d’essere protagonista in Europa ed in particolar modo che tutto il bacino del Mediterraneo, Balcani inclusi, era unicamente nostra zona di influenza, e la scelta della vittima della nostra prova di forza, cadde curiosamente su un paese, la Grecia, all'epoca retto da un regime totalitario come il nostro, che aveva il generale Metaxas come dittatore.
Dall'altra parte, i Balcani erano considerati, dalla famiglia reale e dai politici, come sfera d'influenza italiana sin dai primi anni dell'unità nazionale, basti pensare che Vittorio Emanuele II già dal 1862 progettava di scatenare guerre e sommosse irredentiste ai danni di Turchi e Austriaci, in particolare era desideroso di imporre suo figlio Amedeo sul trono della Grecia, ed invitava periodicamente i suoi ministri e generali a formulare piani d'invasione. La stessa politica estera Italiana nell'immediato anteguerra, puntava a creare una sfera d'influenza nei Balcani, cercando alleanze con Jugoslavia, Romania, Ungheria e Bulgaria, Ciano pensava ad un "...asse orizzontale per fare in modo che quello verticale tenga...".
La situazione politica era alquanto ingarbugliata. Esisteva un accordo fra Grecia, Turchia, Romania e Jugoslavia che risaliva al 1928 e rinnovato nel 1938, e stabiliva che i contraenti rinunciassero all’uso delle armi come soluzione per eventuali controversie fra di loro ed impegnava ad un aiuto militare reciproco in caso di aggressione da parte di un altro stato balcanico, ad esempio, se la Bulgaria avesse attaccato la Grecia, gli altri tre sarebbero venuti in soccorso dei greci, ma in caso di un attacco italiano, i greci avrebbero dovuto vedersela da soli. Esisteva inoltre una mezza promessa che in caso di attacco italiano alla Grecia, Francia ed Inghilterra sarebbero intervenute con le loro flotte per bloccare l’afflusso dei rifornimenti verso l’Albania, in realtà, a parte Francia ed Inghilterra che avevano forti interessi nel Mediterraneo, nessuno dei partecipanti aveva una effettiva voglia di aiutarsi in modo reciproco, soprattutto, Turchia e Romania, non nascondevano simpatie filotedesche, mentre Metaxas si preoccupava soprattutto di mantenere la Grecia formalmente neutrale, anche se segretamente, aveva ottimi rapporti con Francia ed Inghilterra e sollecitava con urgenza la consegna delle armi inglesi acquistate nel 1937. Nel 1938 venne addirittura firmato un trattato di amicizia fra Italia e Grecia ogni commento è superfluo.

Metaxas, pur nei limiti di un regime totalitario, era un buon politico. Quando divenne chiaro che si stava preparando qualcosa, fu capace di infiammare il sentimento nazionale greco e coagulare la nazione in un fronte comune, inoltre organizzò in modo efficace il richiamo dei riservisti. Pur con l’esercito italiano già minacciosamente ammassato fin dal 1938 al confine albanese, la Grecia non poteva permettersi a livello economico una mobilitazione massiccia per un periodo di tempo indeterminato, quindi si ricorse ad una soluzione che era una via di mezzo, una mobilitazione parziale “a rotazione”, che consentisse di poter reggere un primo urto pur cedendo del territorio e dare il tempo di poter effettuare quella totale e rinforzare il fronte.

Da parte italiana, il generale Sebastiano Visconti Prasca, responsabile militare dell'impresa, e Galeazzo Ciano responsabile "politico" in qualità di ministro degli affari esteri e "mente" della politica italiana nei Balcani, erano convinti che con qualche minaccioso ultimatum, una dimostrazione militare e qualche mazzetta (costante questa della politica di Ciano), i Greci si sarebbero resi conto che ogni tentativo di resistenza sarebbe stato inutile. Visconti Prasca aveva previsto che sarebbe bastata una marcia verso l'Epiro di appena tre divisioni a far cadere la Grecia, mentre il Capo di Stato Maggiore, generale Badoglio, era di parere opposto e voleva in Albania un gran numero di divisioni e avere una superiorità sul nemico, schiacciante. Dello scetticismo di Badoglio sull'impresa, è testimone lo stralcio stenografico di una riunione tenuta il 25 Settembre che riporto:
"....Alla fine di questo mese noi avremo ultimato il trasporto delle tre Divisioni in Albania. Avremo quindi in Albania otto Divisioni piu' truppe non indivisionate fra cui tre Reggimenti di Cavalleria, pari ad almeno un'altra Divisione. Parlando a Visconti Prasca, che è presente qui, ho detto che non occorre che queste forze siano addensate tutte al confine con L'Epiro, si verrebbero a creare per le truppe difficili condizioni di vita. Bisogna tener conto anche della necessità di evitare i fondovalle a causa della malaria,anche se sono la via consigliata per ottenere una rapida avanzata. Ho detto quindi: incominciate a due tre giorni di marcia dal confine Greco e scaglionate le truppe mettendole nelle migliori condizioni di vita e d’istruzione......"
In pratica, Badoglio da dei consigli a Visconti Prasca, riesce ad esprimere qualche dubbio strategico e organizzativo, ma politicamente appoggia l'azione ed il piano, un politico veramente fine ma un pessimo stratega, marciare sui fondovalle? Per cosa? Per offrire un bersaglio migliore ai mortai nemici piazzati sulle montagne? Vi è anche da rimarcare di come le gelosie interne alla casta militare, abbiano influito in modo deleterio sull'impresa, fin dall'inizio, si ha la netta impressione che l'Esercito avesse la presunzione di fare tutto da solo, lasciando all'aviazione ed alla marina un ruolo secondario, tanto da non informare neppure i rispettivi Stati Maggiori, di quello che si andava preparando. Il risultato fu che la Marina si trovò presa quasi in contropiede dai preparativi dell’attacco ed organizzò in fretta e furia il trasporto delle truppe e la protezione dei convogli, e l'Aeronautica dovette velocemente allestire dei campi di volo in Albania che risultarono poi impraticabili fin dai primi giorni della campagna, ed organizzare gli aerei necessari.

Hitler venne tenuto all'oscuro di tutto per precisa scelta di Mussolini che voleva avere una vittoria solo italiana da mettergli sotto il naso nel loro prossimo incontro, e questo fu un grosso errore, non era un mistero che i tedeschi stessero ammassando armi ed aerei alla frontiera fra Grecia e Bulgaria già dal 7 ottobre, 21 giorni prima del nostro attacco, una nostra azione a quel punto sarebbe stato logico concertarla con il potente ed ingombrante alleato, ma così non fu.

Il piano di Visconti Prasca si basava purtroppo, su altri due drammatici errori: l'ampia sopravalutazione delle reali capacità della nostra macchina bellica, e la sottovalutazione di quelle avversarie, ma aveva degli innegabili pregi politici. A Palazzo Venezia, Mussolini e gli altri gerarchi, convinti che avrebbero potuto liquidare la monarchia dopo la preventivata resa dell'Inghilterra, lasciavano il Re, Vittorio Emanuele III, fuori da ogni decisione di carattere militare e strategico sulla condotta della guerra, avvalorando la sua immagine popolare di Re travicello, ("Sciaboletta" come era chiamato in modo canzonatorio dai suoi sudditi). Inoltre questo atteggiamento dei membri del PNF tendeva a far passare la casa Reale come un'accozzaglia di ometti imbelli ed incapaci, per poi disfarsene quando il regime avesse ottenuto la “sua” vittoria, dimostrando al popolo che la Casa Reale era “un vagone vuoto” trainato dallo Stato. Il Piano di Visconti Prasca, elaborato al di fuori delle gerarchie consolidate e cosa importante da un uomo, a differenza di Badoglio, piu' nell'orbita del partito che di quella di casa Reale, aveva come fine proprio quello di voler far passare la vittoria come solo ed esclusivamente fascista! Che poi fosse efficace o meno, era un dettaglio secondario………..

La preparazione diplomatica fu alquanto fumosa, il casus-belli molto debole. In pratica creammo una serie di fasulli incidenti di frontiera e ci facemmo paladini di una presunta repressione da parte dei Greci delle aspirazioni irredentiste del Kossovo, con una formidabile campagna stampa. Alla veridicità degli incidenti potevano credere solo i giornali italiani, manipolati ad arte, per non parlare della scelta della data per l'inizio dell'attacco, il 28 Ottobre 1940, alle porte del durissimo inverno sui monti della Macedonia e del Montenegro. La data fu imposta da Mussolini stesso, fremente di dimostrare ad Hitler cosa era capace di fare, timoroso di un'Italia che si avviava a diventare un satellite del suo potente alleato. Era alla disperata ricerca, quindi, di un’affermazione militare. Tra l’altro alla fine della campagna di Francia, settembre 1940, due classi dell’Esercito Italiano erano state smobilitate, quindi ci trovavamo con un Esercito in piena fase di smobilizzo, costretto a riorganizzare in modo rapido le fila e partire per una nuova campagna!

Alle 2,30 di notte del 28 Ottobre 1940, Emanuele Grazzi, ministro d'Italia ad Atene tirava giù dal letto Metaxas per presentare un'ultimatum. Il documento muoveva al governo greco oltre alle solite vaghe accuse di opprimere le minoranze etniche albanesi, e a qualche presunta provocazione militare greca alla frontiera puramente inventata, anche l'accusa di essere venuti meno allo status di nazione neutrale e di parteggiare apertamente per l'Inghilterra, (vero ma da dimostrare). Si esigeva, quindi, come garanzia per la sicurezza dell'Italia la facoltà di occupare con le proprie truppe per tutta la durata del conflitto, zone del territorio greco che riteneva di fondamentale importanza strategica per impedire agli inglesi di diventare i padroni del Mediterraneo. Testualmente: "......il Governo Italiano chiede al Governo Greco che esso non si opponga a tale occupazione e che non ostacoli le truppe destinate a compierla. Queste truppe non si presentano come nemiche per il popolo greco, e in nessun modo il governo italiano intende con l'occupazione temporanea di alcuni punti strategici, dettata da necessità contingenti e di carattere puramente difensivo, portare pregiudizio alla sovranità e alla indipendenza della Grecia......." La nota scadeva alle sei, l'ultimatum era stato presentato alle tre, in solo tre ore Metaxas avrebbe dovuto organizzare la resa del suo popolo, inoltre erano state come al solito mosse accuse pesanti senza preoccuparsi di dimostrale. Grazzi da vero diplomatico qual'era, capiva la profonda ingiustizia contenuta in quel pezzo di carta. Metaxas chiese a Grazzi quali fossero i punti strategici che l'Italia intendeva occupare, il nostro diplomatico ammise con un certo imbarazzo che non li conosceva.... "Donc, c'est la guerre"; commentò Metaxas con un filo di voce, dunque era la guerra, l'Italia si preparava ad occupare la Grecia.

Il nostro esercito è al comando dell'ottimista, impetuoso e pessimo stratega Visconti Prasca. Quello greco viene condotto dal Generale Papagos, buon generale di scuola classica ma non certo brillante. E' curioso rilevare come entrambi fossero di "scuola Francese", e che considerassero prima del conflitto, l'esercito Francese come il più forte e preparato d'Europa.

Il 28/10/1940 le truppe italiane ammassate sui confini, cominciano ad avanzare secondo le direttive previste, e aiutati anche dal maltempo fino al 1/11 non si incontra alcun tipo di resistenza da parte greca. Anzi la Julia si incunea piuttosto profondamente nello schieramento greco, creando molta apprensione nello Stato Maggiore nemico. Il maltempo impedisce all'aviazione di operare, cosa che avverrà puntualmente per tutta la durata del conflitto, Papagos nelle sue memorie descrive l’avanzata italiana come potentemente appoggiata dall’aviazione, dalle fonti da me consultate sulle operazioni della Regia in quei giorni, non risulta nessuna azione bellica e dei semplici voli di ricognizione, a causa del maltempo. Nella stessa giornata con la prima schiarita arriva il primo violento contrattacco greco nella zona di Coriza, che investe in pieno le posizioni della Parma, schierata su un fronte troppo vasto e su una linea troppo sottile. Si cede subito qualche chilometro guadagnato nei primi giorni di avanzata, al centro la splendida Julia si trova sola ed isolata sotto il fuoco dei mortai e delle artiglierie greche. Il suo comandante, il Colonello Girotti, non riesce a ricevere ordini dal comando, il 4/11 fattasi la posizione insostenibile, decide anche lui di ripiegare di qualche chilometro, verso Konitra. Dopo appena 10 giorni di campagna, quello che avrebbe dovuto essere "un colpo di maglio fulmineo" era completamente fermo.
Le nostre truppe erano bloccate sui monti e sulle giogaie della Macedonia e dell'Epiro, martoriate dal fango, dalla prima neve e dal tiro preciso ed onnipresente dei mortai greci. Avanzerei un’ipotesi sulla leggendaria precisione di tiro dei mortai greci: i loro mortai erano sempre ben piazzati e guidati con una precisione e maestria invidiabile, forse era presente nelle file dell’esercito greco, qualche ufficiale inglese a dare una mano?

A Roma si cominciava ad avere qualche dubbio, l'unico ottimista è Visconti Prasca, Papagos concentra le sue truppe dove intuisce che il fronte italiano è più debole, e sferra un nuovo attacco, l'effetto è devastante, i nostri soldati si ritirano ancora ed addirittura reparti greci entrano in territorio albanese. Il 9/11 cominciano da Roma le manovre di siluramento di Visconti Prasca, dimostratosi incapace a portare a termine quanto promesso, cioè una "facile campagna di due settimane al massimo", viene prima affiancato dal Generale Emilio Soddu e poi messo "a riposo". Mentre Atene è imbandierata a festa per via delle brillanti notizie che arrivano dal fronte, a Roma Mussolini è furioso, non gli basta la testa di Visconti Prasca, vuole colpire a livello di Stato Maggiore Esercito. Con Ciano intoccabile gli resta solo Il Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, comandante dello Stato Maggiore Esercito. E mentre i nostri soldati muoiono di freddo e di stenti in Albania, Badoglio si preoccupa attivamente della sua difesa, e comincia a raccogliere memorie e a tirar fuori verbali con il tono di "io l'avevo detto che non eravamo pronti ma siete voluti andare lo stesso...." e scarica tutte le responsabilità su Visconti Prasca. La Julia intanto ritorna sulle posizioni di partenza, su quel Ponte di Perati che aveva attraversato 10 giorni prima, giorni in cui ha perso i due decimi dei suoi effettivi e pur essendo senza rifornimenti da 6 giorni, e ridotta a "galletta e scatoletta" da 4, riesce comunque a conservare una certa marzialità.

Il 12/11 gli inglesi effettuano il famoso attacco a Taranto.
Comincia dall'Italia un febbrile e caotico invio di rinforzi, ma i porti di Durazzo e di Valona sono piccoli e non attrezzati per ricevere con ordine grandi masse di uomini e mezzi, quindi spesso i reparti vengono inviati al fronte senza munizioni, artiglieria, ufficiali. Il caos non è da imputare alla nostra Marina o ai mezzi a disposizione, quelli c’erano, ma alla sciagurata smobilitazione di settembre, che aveva ridotto o azzerato gli organici di molte unità sul suolo nazionale, c’era da rifare tutto daccapo e bisognava farlo in fretta, quindi partivano gli uomini ma non le armi e le artigliere, e Soddu e Visconti Prasca, mandavano al fronte i soldati senza il loro equipaggiamento, per tamponare le svariate falle che si aprivano nel nostro schieramento.

il 14/11 Papagos riprende la sua spinta verso il settore di Coriza, con una serie di attacchi violenti, riuscendo ad ottenere successi ed infiltrazioni importanti, Soddu e Visconti Prasca (ancora virtualmente in carica) non riescono a dare ordini sensati, anzi spesso emanano a distanza di pochi minuti disposizioni contrastanti. Nonostante lo "splendido" esempio di virtu' militare offerto dallo Stato Maggiore, basti pensare che Soddu si era fatto portare al fronte un pianoforte per poter continuare a comporre musica da film nei momenti di relax, suo unico hobby, la nostra linea non si sfalda, non vi sono episodi di fuga o sbandamento, gli unici a sciogliersi come neve al sole sono i reparti albanesi. I nostri ragazzi, Fanti, Alpini, Bersaglieri, Carristi, Carabinieri, Finanzieri tengono duro, e riescono a ripiegare di circa 50 Km il 19/11 con un certo ordine, coperti dalla nostra aviazione che opera nei limiti dell'impossibile. La nuova linea del fronte dovrebbe tenere di più, Soddu sta cercando di costruire un "muro" in grado di fermare i Greci per poi contrattaccare a primavera. Anche i battaglioni della Milizia si comportano splendidamente, al pari dei loro commilitoni del RRegio Esercito.

Il 22/11 viene emesso il bollettino di guerra n.168, in pratica la prima ammissione ufficiale della sconfitta: "Le nostre truppe di copertura formate da due divisioni che all'inizio delle ostilità si erano attestate sulla difensiva al confine Greco-Albanese di Coriza si sono ritirate, dopo 11 giorni di lotta, su una linea ad ovest della città, che è stata evacuata. Durante questo periodo si sono svolti aspri combattimenti. Le nostre perdite sono sensibili. Altrettante e forse piu' gravi quelle del nemico. Sulla nuova linea si concentrano i nostri rinforzi."
I nostri soldati muoiono, muoiono nel fango, nella neve, nel freddo e nella fame, muoiono sotto i colpi dei mortai greci, muoiono assassinati dal regime, muoiono per l'onore dell'Italia, mentre a Roma, al caldo nel suo ufficio, Badoglio continua ad accumulare e scrivere documenti che lo scarichino di ogni responsabilità davanti al Re e a Mussolini. Hitler si incontra con Mussolini che si sente sempre di piu' "dittatore minore", e viene aspramente redarguito dall'alleato tedesco, alle umiliazioni si sommano umiliazioni.

Il 23/11 si fa vedere in Albania il generale Pricolo, dovrebbe arrivare in qualità di Capo di Stato Maggiore della Regia Aeronautica per una ispezione, in realtà, arriva come uomo fidato di Mussolini per fiutare "l'aria che tira". Il rapporto che riporta a Roma è una catastrofe, parla di assoluta incapacità dei comandi di prendere decisioni, e di truppe con il morale a pezzi. Mussolini è furioso e nei corridoi di Palazzo Venezia vi è un continuo tuonare minacce di teste mozze e plotoni di esecuzione e Badoglio viene attaccato senza mezze misure, viene scaricata (in parte con tutte le ragioni) su di lui ogni tipo di responsabilità. Il 28/11 Badoglio lascia l'incarico di Capo di Stato Maggiore dell'Esercito: non è riuscito ad evitare, anche stavolta, la responsabilità di una Caporetto, come gli era abilmente riuscito una ventina di anni prima. Re Vittorio Emanuele III avverti' in modo bruciante la sconfitta e rifiutò di difenderlo e dichiarò pubblicamente le lodi della scelta di Mussolini di rimuoverlo dall'incarico. Al suo posto viene nominato il discusso e dal passato non proprio limpidissimo Generale Ugo Cavallero. Prima di essere un militare Cavallero è un industriale, quindi per prima cosa si preoccupa e non poco di mettere ordine in quel caos che sono i rinforzi che vanno al fronte.

Il 4/12 la situazione al fronte precipita ulteriormente, i greci attaccano in continuazione e con determinazione, la Julia ridotta ormai ai due decimi del suo organico tiene il centro con eroismo e abnegazione, ma il "muro" viene costretto a ritirarsi ancora di qualche chilometro, Soddu riesce a trovare il coraggio di scrivere a Mussolini dispacci adulatori, e poi avanza l'ipotesi di una soluzione "politica" del conflitto, in pratica vuole chiedere l'armistizio! Un Mussolini sbigottito risponde che "....sarebbe meglio andare tutti in prima linea a farsi ammazzare dai greci, piuttosto che trattare con loro un armistizio....". A trarre d'impaccio tutti sono ancora i nostri alpini che per Natale riescono a stabilizzare il fronte in modo accettabile. Natale che ad Atene viene festeggiato, e non a torto, imbandierando la città.

Il 29/11 viene rimosso anche Soddu e Cavallero va ad occuparsi di "spezzare le reni alla Grecia" in prima persona, riorganizza l'invio e l'arrivo dei rinforzi e dei rifornimenti, nonostante gli intralci provocati da Mussolini che si improvvisa organizzatore e stratega. La media di scarico nei porti albanesi in pochi giorni raddoppia, poi quasi triplica. Eredita da Soddu il famoso "muro" che stà in piedi, anche se abbiamo i greci che sono penetrati per circa 60 chilometri entro il vecchio confine (!). Da bravo generale elabora due direttive di manovra per la primavera; una prevede un vasto contrattacco, l'altra prevede un piano di ritirata in caso di rotta. Ma nonostante i nostri piani la palla resta nelle mani di Papagos che a Klisura il 11/1/1941 ottiene l'ennesimo successo, ma sarà anche l'ultimo. Anche i greci sono logorati e hanno esaurito la loro spinta, sono ai limiti.

Mussolini tempesta Cavallero di richieste di contrattacchi massicci, ma viene a sua volta tempestato da rimbrotti sempre meno amichevoli da parte di Hitler, che controvoglia come dice la storiografia ufficiale ed ufficiosa, elabora il piano "Marita" per l'occupazione della Grecia, una campagna non prevista nei suoi piani e che ritarderà di preziosi mesi la prevista campagna di Russia.
Ma è vero?
Veramente l’intervento tedesco in Grecia non era previsto?
Veramente Hitler perse i famosi preziosi mesi per dare una mano a Mussolini?
Con ordine: se torniamo indietro nel tempo, ho già scritto che i tedeschi ammassavano truppe alla frontiera greco-bulgara già dal 7 ottobre. Queste truppe preoccupavano non poco lo Stato Maggiore greco, visto che quella zona era difesa da qualche forte della incompleta “Linea Metaxas” e da una sola divisione, da lì si sarebbe potuto puntare con facilità al porto di Salonicco e prendere in un lampo tutto l’Epiro (cosa che poi avvenne). Perchè i greci avevano lasciato aperta questa porta? Lo vedremo in seguito, dei motivi c’erano.
Forse anticipando di qualche settimana i piani tedeschi per l’occupazione della Grecia che avevano il vantaggio strategico di una posizione di partenza più felice, il Regio Esercito dà il via alle operazioni. E ritengo che Hitler abbia sommato un suo errore a quelli di Mussolini, cioè non attaccare come forse previsto ma attendere e vedere se gli Italiani fossero in grado di risparmiargli una campagna, mezzi, truppe e preziosissimi litri di benzina.
Così forse Hitler perse i mesi di tempo per la campagna di Russia, non per venire a dare una mano a quei buoni a nulla di italiani, per una sua precisa scelta attendista.
Insisto nel far notare che se i due alleati si fossero parlati…… è solo una mia ipotesi.

Abbiamo parlato degli errori Mussoliniani, di quelli Hitleriani, ma pure i Greci , ai quali può sembrare che tutte le ciambelle fossero riuscite col buco, avevano commesso il loro bravo grosso errore strategico, contare per guarnire la frontiera con la Bulgaria, dove come detto prima erano ammassate ingenti forze tedesche su ben nove divisoni inglesi, di cui due di artiglieria e due corazzate, con il supporto di un centinaio di aerei della RAF!

Metaxas ormai gravemente malato, incontra l’11/1/ 1941 insieme a Papagos, il Generale Wawell, comandante dello scacchiere inglese del Mediterraneo. Dopo aver illustrato la situazione militare, Papagos chiede agli inglesi ben nove divisioni, di cui due corazzate e due di artiglieria, 50 bombardieri e 100 caccia, entro il mese di Marzo, per guarnire la frontiera con la Bulgaria, e conta sull’appoggio dell’esercito Jugoslavo, per sloggiare gli italiani dall’Albania!
Wawell, che ha già abbastanza daffare con la situazione in Egitto ed in Somalia, non può cedere preziose risorse, per di più di quella sostanza, ma Churchill insiste. Così vengono inviati un paio di Squadron da bombardamento della RAF a rinforzare il piccolo ma agguerrito contingente già presente, ed offerto un minuscolo corpo di spedizione composto da un battaglione di vecchi carri Vickers, un divisione di fanteria polacca, un battaglione australiano ed una batteria di cannoni, altro che le nove divisioni di Papagos! Ma così facendo, Churchill salva la faccia davanti all’opinione pubblica mondiale, soprattutto quella americana. L’Inghilterra mantiene sempre le sue promesse! Papagos resta sorpreso, e in un primo tempo rifiuta l’aiuto adducendo come motivo che un singolo soldato inglese avrebbe immediatamente scatenato le divisioni Tedesche, poi viene convinto ad accettare per ragioni soprattutto politiche, e perché si culla nell’illusione di un intervento Jugoslavo nel conflitto a fianco della Grecia.

Il 29 Gennaio 1941, Metaxas muore.

Il 23/2, nuovo imbarazzato discorso di Mussolini al teatro Adriano di Roma, dove cerca di spiegare il perchè le reni Greche rifiutano ancora con ostinazione di spezzarsi.......
Finalmente il 9 Marzo 1942 parte la famosa e tanto invocata offensiva di Primavera, ma al posto della manovra a vasto raggio sulla litoranea prevista da Cavallero, viene invece optato per un piano meno rischioso che prevede un attacco di dimensioni limitate nella val Densizza, con obbiettivo Klisura e Monastir, Cavallero ha dovuto cedere davanti ai tentennamenti e alle insicurezze dei comandanti di scacchiere e alle assurde pretese di stratega di Mussolini, che cala in pompa magna al fronte con tutto il suo codazzo di gerarchi. Qui viene accolto con delle ben orchestrate manifestazioni di giubilo e di animosità, alle quali era tanto sensibile e alla cui spontaneità solo lui poteva credere, ed assiste per una settimana a tiri, esercitazioni, riviste e parate. Alle 4 del mattino del 9 Marzo, Mussolini raggiunge l'osservatorio di Komarit, da dove può osservare tutta la valle della Densizza, teatro del nostro contrattacco. Il contrattacco comincia come previsto, ma non riusciamo a guadagnare un centimetro. Il 12/3 al quarto giorno di combattimenti eravamo ancora al punto di partenza, il 14/3 dopo l'ennesimo attacco, e di fronte ad una domanda precisa di Mussolini, Cavallero rispose che non riteneva idonee le nostre truppe a poter produrre una rottura del fronte nemico e che bisognava sospendere l'offensiva. Considerazioni ineccepibili, ma perchè non le aveva fatte quando Mussolini aveva stravolto il suo piano originale di attacco? Dodicimila morti per restare al punto di partenza? Dodicimila morti in dieci giorni per le ambizioni di Mussolini?
Il 16/3 finalmente l'offensiva venne sospesa, Mussolini vagò per l'Albania fino al 21/3 poi prese il suo aereo e ritornò a Roma, senza aver potuto mantenere le sue arroganti promesse di vittoria. Terminò finalmente anche la messa in scena, voluta sempre dal dittatore ovvero dei gerarchi in prima linea, che tornarono tutti a Roma con lui. La campagna di Etiopia che li vide protagonisti è lontana e dimenticata.

A questo punto per i greci era un punto d'orgoglio aver fatto tutto da soli in Albania senza chiedere aiuto a nessuno, ma non avevano altre risorse. Ma le divisioni tedesche di Hitler erano pronte all'attacco ai comandi del generale List. Se avessero attaccato dal confine Bulgaro, a parte qualche forte della "linea Metaxas" non avrebbero avuto avversari. I greci pensavano che gli inglesi pur di non perdere i Balcani li avrebbero aiutati a tenere a bada i tedeschi, e che le famose nove divisoni sarebbero comunque arrivate, ma gli inglesi non potevano mandare altre truppe oltre a quelle poche già inviate, impegnati com'erano nella controffensiva in Cirenaica, verso Tripoli, proprio mentre arrivava in Africa Rommel e l'Afrika Korps a dare una mano agli italiani. Churchill non prese ne forzò nessuna decisione in merito, anzi delegò il suo incaricato nei balcani, Eden, a valutare la situazione e tirare le somme. Eden sperava in un intervento Jugoslavo a favore della Grecia, e consigliò un arretramento delle posizioni greche, per formare insieme al minuscolo corpo inglese una linea difensiva verso le Termopili, abbandonando il Pireo e le posizioni al confine con l’Albania. A peggiorare le cose, fra i due c’era un cordiale disprezzo reciproco, non si parlavano, il greco imbaldanzito ed accecato dai successi albanesi, l'inglese perchè disorientato e titubante.

Il 2/3, prima della nostra offensiva, le cose precipitarono per i greci. L'addetto militare inglese rimase costernato quando scoprì che Papagos non aveva dato disposizioni di arretrare e rinforzare le sue posizioni come suggerito. E Papagos rimase sorpreso quando non vide le divisioni inglesi richieste! La diplomazia inglese fece un'ultimo sforzo per trascinare la Jugoslavia nella coalizione alleata, poi dopo il colpo di stato antitedesco in Jugoslavia del 27/3 divenne ovvio che le divisioni tedesche sarebbero arrivate nei balcani come mosche sul miele, quindi Eden e Churchill decisero di lavarsi le mani dell'intera faccenda e con grande sollievo di Wavell, dal 19/4 reimbarcarono lentamente tutto cio' che era stato spedito in Grecia per l'Egitto lasciando i greci soli con quanto da soli avevano già fatto.

Il 6/4 la Wermacht era pronta a dare inizio all'operazione "Marita".

Cavallero terrorizzato dalla minaccia di una aggressione Jugoslava, spostò qualche divisione verso il confine serbo, mentre Papagos ormai prigioniero di un sogno sprecava i suoi uomini in sterili e sanguinosi attacchi contro le ormai salde posizioni dei nostri Alpini, ignorando Wilson, l'addetto militare inglese, che insisteva per creare qualcosa di piu' solido verso le Termopili per sbarrare il passo alla Wermacht.
Appena l'attacco tedesco ebbe inizio, le divisioni tedesche avanzarono con una certa difficoltà attraverso i forti della linea Metaxas, anzi gli ufficiali rimasero sorpresi della resistenza opposta dai greci, e almeno in tre occasioni alla resa dei forti venne concesso l’onore delle armi. I rapporti stilati dopo i combattimenti, classificarono i forti greci come migliori di quelli della linea Maginot, ma, distrutte le guarnigioni e l’unica divisione posta nella zona in 48 ore, Papagos non aveva da opporre altro, la fanteria tedesca iniziò a dilagare.

Forse con grande sorpresa di Cavallero, l'esercito Jugoslavo si dissolse come neve al sole alla prima spallata dei nostri soldati, altro che aiuto ai greci…..
Dopo tre giorni dall'inizio dell'attacco, il 9/4 i tedeschi erano a Salonicco, obiettivo che i nostri soldati avrebbero dovuto raggiungere secondo il piano originale di Visconti Prasca il 10 Novembre dell'anno prima!

La mattina del 12/4, quando ormai per la Grecia era tutto perduto, le divisioni greche in Albania cominciarono il ritiro, nel vano tentativo di costituire una linea difensiva verso le Termopili. Il giorno dopo cautamente si mossero anche i nostri fanti, il 19/4 l'armata greca dell'Epiro, in pratica tutto ciò che i greci potevano mettere in armi, cessava di esistere come unità combattente, ed il 21/4, il generale Tsokakoglou, comandante del III Corpo d’Armata, di sua iniziativa , d’accordo con i comandanti del I e II Corpo d’Armata, trasgredisce all’ordine del Re e del Comando Supremo (Papagos) e firma a Larissa un protocollo di armistizio che comprende la resa alle truppe tededsche. Il 23/4 sottoscrive un protocollo a Salonicco che ratifica la resa alle truppe italiane, l’ordine impartito da Papagos di rimuovere e degradare Tsokakoglou, neanche viene preso in considerazione, il Re abbandona la capitale.
Il 27/4 i tedeschi entravano ad Atene, la campagna di Grecia era conclusa.

Per tutta la campagna i Comandi delle tre armi, brillarono per l'assoluta mancanza di cooperazione.
Indro Montanelli, defini' la Campagna di Grecia come "l’ultima smargiassata di Mussolini", definizione che trovo efficace, quella smargiassata ci era costata:
13.755 morti
50.784 feriti
12.638 congelati
25.067 dispersi
52.108 invalidi.
Questi sono i frutti "del piano logico e convincente" elaborato dalla diplomazia fascista dell'epoca, e messo a punto da Mussolini, avallato da Visconti Prasca ed accettato da Badoglio senza alcuna vergogna.

"Assassini, Assassini, mille volte assassini......" scrive a casa un soldato nel dicembre del 1940.

Vorrei ringraziare, per avermi permesso di consultare la loro documentazione e per fruttuosi scambi di idee, Vito Zita, Carlo Cucut e Claudio Cioffi.

Bibliografia:
M. Cervi - Storia della Campagna di Grecia - Ed. BUR
G. Ciano - Diari 1936-1942 (edizione integrale a cura di Renzo De Felice) - Ed. BUR
I. Montanelli, M. Cervi - L'italia del novecento - Ed. Superpocket
E .Bauer - Storia controversa della seconda guerra mondiale - Ed. Garzanti
G. Santoro - L'Aeronautica Italiana nella Seconda Guerra Mondiale - Ed.Danesi 1960
D. Mack Smith - I Savoia Re d'Italia - Ed. BUR
A. Papagos – La Grecia in Guerra- Ed. Garzanti
G. Rocca – I Disperati – Ed. BUR
G. Rocca – Fucilate gli ammiragli – Ed. BUR
E. Ciano – Diari – Ed. Mondatori

Giulio Gobbi

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